Stupisce la presa di posizione sui referendum di una politica attenta alle questioni del lavoro come Elisabetta Gualmini. Presentare la campagna referendaria della Cgil come una battaglia di retroguardia perché uno dei quesiti richiede l’abrogazione del decreto che introdusse il contratto a tutele crescenti vuol dire non aver compreso il valore complessivo della proposta referendaria, che è l’idea di contrastare la precarietà dilagante in questo Paese come fondamento distorto del modello di sviluppo. Chi ha votato il Jobs Act dieci anni fa può averlo fatto nell’idea, certo da noi non condivisa, che si trattasse di una opportunità di ammodernare il mercato del lavoro; ma i dieci anni successivi si sono incaricati di dimostrare, senza tema di smentite, che il Jobs Act abbassando le tutele non ha creato alcuna condizione di maggiore stabilità occupazionale (come allora si strombazzava), anzi ha dato la stura a ulteriori provvedimenti di precarizzazione e brutalizzazione del lavoro, ultimi in ordine di tempo quelli introdotti dal Governo Meloni col “collegato lavoro”. Con Elisabetta abbiamo condiviso battaglie importanti, una su tutte quella che ha portato alla direttiva europea sul lavoro nelle piattaforme digitali, e fra l’altro i temi che lei pone come centrali oggi – il governo degli algoritmi, il caporalato digitale, i bassi salari e la fuga dei giovani all’estero – sono tutte questioni acuite proprio da un modello di lavoro fondato su precarietà, ricattabilità e scarsa sicurezza.
Ci auguriamo che chi ha a cuore la ricostruzione di una rappresentanza politica del lavoro consideri seriamente l’opportunità offerta dai referendum promossi dalla Cgil, nel panorama politico sono già tante le formazioni che hanno a cuore le ragioni del mercato e del profitto.
Massimo Bussandri segretario generale Cgil Emilia Romagna